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ShinRaIntern su YouTube – Perché Registro Videogames

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Evvai, un discorso delirante!

Non so bene per quale motivo, ma a nove anni feci qualcosa di inusuale, il giorno in cui acquistai la mia prima PlayStation. Prima di allora avevo visto la scatoletta grigia a casa di mio cugino, qualche anno più anziano di me, mentre era intento a giocare a tre titoli che ricordo ancora più che bene: Destruction Derby 2, uno dei Bust-A-Move e Football Manager ’98. Non capendo una mazza di calcio e (immagino) leggermente frustrato dalla ripetitività di Bust-A-Move, nonostante l’indubbia simpatia, rimasi sempre fissato con quel bizzarro gioco sportivo…che di sportivo aveva ben poco. Ma amavo le macchinine e soprattutto adoravo vederle distrutte, perciò…

Quando in negozio vidi la copertina familiare non resistetti e portai a casa la console assieme a quel titolo che conoscevo già pressappoco a memoria. Poi lo feci, segnai sul calendario l’acquisto. Era il 14 Maggio 1998.

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L'Atari nella sua seconda incarnazione, la mia, chiamata Jr. L'equivalente della Ps3 in formato slim.

La PsOne (o Psx, Ps1, Ps che dir si voglia), sembrerà divertente sentirlo oggi per le nuove generazioni, era un capolavoro avveniristico. Nel ’98 aveva già cessato di essere la console del momento e aveva raccolto da poco lo scettro di console simbolo degli anni ’90 e dell’evoluzione dei videogiochi all’interno di una realtà finalmente popolare e riconosciuta. I giochi nuovi di pacca venivano 99.000 lire, i platinum 59.900, le memory card (che acquistai un paio di settimane dopo quando ne scoprii, ahimé, l’utilità) dalle 9.900 alle 15.900 lire. La Psx aveva un orribile menù psichedelico dal quale si poteva consultare la memoria delle due schede ed effettuare spostamenti o cancellazioni di salvataggi, nonché un player attraverso cui si potevano ascoltare cd musicali. Il primo disco che ascoltai tramite la console fu la colonna sonora di Titanic, di James Horner.

Non vi nascondo quanto diventai dipendente da quella scatoletta. Ma finché giocai a Alien: Resurrection, Gran Turismo o Tekken 3 non ebbi molto di cui preoccuparmi; i primi sintomi di alienazione giunsero con la mia prima esperienza indimenticabile, il primo di tanti ricordi e viaggi ai quali ritorno spesso con la fantasia.

Resident Evil 2.

Il mio primo ingresso in un videogioco dalla forte valenza artistica. Sul retro della scatola, al posto della classica indicazione di età consigliata, capeggiava un lapidario avvertimento su sfondo rosso: “Sconsigliato ai minorenni e ai deboli di cuore”.

Che orrore! ARGHHH!

Una dozzinale trovata pubblicitaria, ma mi colpì: immaginai che tale parere fosse stato espresso da luminari in materia che avessero bollato RE2 come un gioco maledetto, qualcosa di traviante. Pochi mesi più tardi seguì in Italia una polemica, sulla scia di altri dibattiti già esplosi in Gran Bretagna e Australia, riguardo la messa al bando del capolavoro Capcom a causa della troppa violenza su schermo.

Troppi pixel rossi.

Comunque, Resident Evil 2 toccò profondamente le mie corde e diventò insostituibile. Mi terrorizzava, senza alcuna vergogna. Per un ragazzino cresciuto a pane e film, venendo spesso parcheggiato di fronte al televisore dai miei per evitare che sfarfagliassi troppo in giro, la città devastata di Raccoon City era un sogno divenuto realtà: sarei stato protagonista di un film di zombi, avrei conquistato la mia sopravvivenza con sangue e sudore. Lo valutai come un’opera cinematografica, senza mezzi termini. Restai colpito dalla sapiente colonna sonora, la scelta sagace delle inquadrature, la costruzione della suspance, le ambientazioni (i fondali pre-renderizzati, all’epoca della PsOne, fornivano una tale disparità con i modelli poligonali da far sembrare la grafica di quei titoli quasi perfettamente foto realistica), i dialoghi fra i personaggi, tutto. Vissi un’entusiasmante esperienza in prima persona.

Proviamo a giocare a Resident Evil 2 oggi. O anche al primo, se vogliamo proprio essere crudeli. Io lo faccio spesso. Oddio, forse anche essere crudele. Scopriamo quanto la giocabilità sia antica e macchinosa, quanto il titolo sia completamente estraneo al concetto di “velocità”, in ogni senso del termine, come tutto sembri raffazzonato e, come dire, “poco elegante” rispetto al 2010. Vi giuro che mi sono accorto di quanto RE2 potesse essere frustrante svariati anni dopo la mia prima partita. Quando avevo nove anni era semplicemente magnifico. Perfetto. Superiore a ogni cosa avessi giocato.

Immaginai di quale potenza espressiva i giochi potessero essere capaci. Ma non ebbi il tempo necessario a formulare un limite, un gioco dalle capacità superiori, perché mi piovve fra le mani pochi mesi dopo.

Final Fantasy VIII fu il regalo di Natale più atteso di sempre. Tanto che non resistetti e ottenni il permesso dalla mia famiglia (da sempre molto tradizionalista sulle regole fondamentali dei regali) di scartarlo cinque giorni prima della festa, il venti dicembre 1999. Per un attimo baluginò nella mia mente il pensiero che dovessi completarlo entro undici giorni, prima che finisse il mondo. Va be’.

Non avevo la benché minima idea di cosa fosse un gioco di ruolo, né che quel particolare titolo potesse avere dietro di se sette suoi simili. Mi sembrava un modo originale di chiamare un videogame. Catturò la mia attenzione una recensione pazzesca di PSM, la rivista osannata dai giocatori della Ps1 grazie alla miriade di demo che ogni due settimane forniva alla modica cifra di 14.900 lire. Purtroppo non ho conservato quel particolare numero, credo che al giorno d’oggi avrei preso quelle quattordici pagine e le avrei incorniciate sopra la mia scrivania, a eterno monito.

Final Fantasy VIII ti uccideva alla prima immagine.

Ricordo ancora quando arrivai a quella pagina e vidi per la prima volta il Garden di Balamb, tronfio e luminoso dietro a quel numero romano così epico e una sequela di immagini tratte dai filmati FMV (bastardi xD): vidi ciò che in futuro avrei chiamato Deling City, Timber, Dollet, coloro che in futuro avrei chiamato Rinoa e Squall.

PSM descriveva FFVIII come vita reale.

Mi pare ci fosse anche quest'immagine, nella rivista.

Un’espressione senza dubbio azzardata, col senno di poi. Quello non era di certo The Sims, Hyne ce ne scampi. Oggi immagino che il recensore volesse più che altro descrivere la perfezione cinematografica di FFVIII, la sua abilità più unica che rara nel farti sentire parte del proprio mondo: per questo era vita reale, la libertà non c’era, eri tu a immaginare di essere un individuo privo di ogni limite, il vettore di una storia ardita e complessa che si sarebbe lentamente dipanata di fronte ai tuoi occhi, ad ogni gesto.

Se Resident Evil 2 era la versione video ludica di un film, Final Fantasy VIII portava il concetto oltre, verso un’idea sublime: la versione video ludica di un romanzo. Esagero fino a un certo punto se dico che per una parte della mia vita sono cresciuto assieme a dei SeeD. Sia a causa della mia imbecillità nel genere, che ritenni inizialmente molto complesso, che altre concause finii per terminare l’ottava fatica Square a quasi un anno di distanza dal primo avvio, nell’autunno 2000. Giocando quasi sempre almeno un’ora al giorno. I conti non tornano!

Non accettavo che dovesse finire, mi piace pensare. La prima partita fu un disastro e dovetti ricominciarlo per riparare a tutti i miei errori. La seconda volta venni tradito dalla memory card, che cedette quando giunsi al castello di Artemisia – immagino non avesse tollerato la compressione temporale. La terza fu soltanto lunghissima, la partita perfetta, quella a cui tanti giocatori di ruolo aspirano.

Respirai quel gioco.

Feci un’intensa opera di divulgazione, costrinsi anche mia madre a giungere almeno al secondo disco. Ci furono svariati momenti, nel 1999-2000, in cui fui più di là che di qua. In effetti escludendo la Ps1 ricordo ben poco di quegli anni.

Quella fatale prima partita, il 20 dicembre 1999, durò tredici ore filate.

Dopo la mia morsa perversa sui videogiochi, con calma, si affievolì. Ormai avevo compreso quale sarebbe stato il mio atteggiamento principale verso quel mondo, quali titoli avrei inseguito, di cosa avrei avuto bisogno. Il survival horror aveva tanto da offrire, conobbi sia Silent Hill che i seguiti di Resident Evil, Galerians e altre amenità. Final Fantasy sferrò un secondo colpo al termine di FFVIII, col suo predecessore.

Acquistai FFVII platinum esclusivamente per il nome. Giunsi a casa trepidante e fatta partire la console mi trovai di fronte ad uno scempio pazzesco.

Ebbene si, pronunciai proprio “che schifo!”.

Primo, era in inglese, materia sulla quale ero a dir poco ignorante. Secondo, i personaggi in stile super-deformed, non si potevano vedere. Terzo, che ambientazione orribile! Quarto, non era il mio FF.

Feci un paio di tentativi, arrivando entrambe le volte alla world map, appena fuggito da Midgar, ma mi fermai sempre. Il flashback di Kalm mi confondeva troppo le idee (tenete presente, per uno che leggeva ogni didascalia come se fosse finnico) e lo prendevo sempre come scusa per interrompere la partita e passare ad altro…magari ricominciare per l’ennesima volta FFVIII.

Quando verso la metà del 2001 feci il mio ingresso nella rete constatai come i miei pareri fossero criticabili. Mi iscrissi alle comunità di FF più in voga e presi a difendere a spada tratta il mio episodio preferito, rivoltando per giunta il coltello nella piaga trattando FFVII come un capitolo evidentemente inferiore.

Credo che se una discussione del genere si fosse verificata ai bordi di una strada, piuttosto che negli spazi sicuri del web, zoppicherei ancora. Diciamo che mi convinsero a rivalutare FFVII e parlare con cognizione di causa, ovvero dopo averlo terminato e dopo averlo soprattutto compreso.

Iniziavo a masticare qualche termine anglofono, non era abbastanza. Eppure, desideravo sfidare quel tanto millantato FFVII e capire, disperatamente capire.

Giocai col dizionario. Oggi so di non essere stato l’unico, e sospiro con sollievo.

La partita con Cloud fu molto più breve rispetto all’eterna convivenza con Squall, ma più intensa. E’ stupefacente come basti poco a farti rivalutare qualcosa, a scoprire come l’insieme da te scoperto e amato possa sempre fare parte di un insieme più grande e meritevole. Final Fantasy VII spaccava di brutto; riusciva, nonostante la grafica obsoleta (già ai tempi), a offrire qualcosa in più di FFVIII. A distanza di quasi dieci anni tendo a chiamare quel “qualcosa in più” con un termine specifico: l’eleganza. La trama di FFVII era più complessa, più drammatica, più lunga, più immortale. Forse richiedeva un minimo di apertura mentale in più, maggiore attitudine, di certo non un suo difetto! FFVII affondava la sua magia in una tragedia d’altre epoche, un racconto “totale” narrato con amore e sensibilità. Lì conobbi finalmente Hironobu Sakaguchi e il suo talento, la sua personale visione del videogame, lontana dal semplice presupposto di divertimento immediato.

Comprendere FFVII, per me, un ragazzino amante delle belle storie, fu un dono. Mi regalò l’esempio perfetto di narrazione. E l’inglese. Non pretendo di farvi credere che dopo un centinaio di ore di gioco capissi ogni sfumatura di dialogo, ma i miei voti scolastici migliorarono drasticamente e non scesero più.

E’ opinione comune che il Final Fantasy più amato di un fan resti sempre il primo che si conosce. Ebbene, posso autodefinirmi un fan convertito. I miei preferiti resteranno per sempre due: FFVIII per un motivo squisitamente affettivo, che affonda le radici nella mia infanzia e nella mia prima esperienza di “scoperta” legata alla saga, FFVII per la sua conclamata valenza in ogni campo.

Sarebbe giusto spendere anche qualche parola sui successivi Final Fantasy, ma immagino di aver già espresso l’attaccamento che ho provato verso quest’esperienza. FFIX, in particolare, meriterebbe un articolo tutto suo in difesa della sua sensibile profondità e la sua funzione di capitolo celebrativo. Di tempo ne abbiamo, perciò facciamo che posticipare tutto a un nuovo articolo e stringere verso il dunque.

Perché registro videogiochi?

Sono passati dieci anni da quando terminai per la prima volta FFVIII; da quel giorno ho rivissuto l’avventura di Squall sette volte. Ogni partita ha avuto un sapore diverso, aggiornato con i tempi, mentre la mia vita proseguiva, i miei gusti cambiavano e la mia esperienza cresceva. Un po’ come i fratelli Pevensie de Le Cronache di Narnia, o il piccolo Bastian ne La Storia Infinita di Ende, anche io tornavo al mio mondo fantastico, da coloro che (a dieci anni) credevo fossero miei amici, a ripetere un loop infinito di dialoghi, situazioni ed emozioni che conoscevo a memoria e tuttavia volevo sempre risaggiare. Finché, vedendo avvicinarsi il traguardo dei vent’anni, trovai tutto leggermente anacronistico. Sfoderare i dischi dalla confezione (che mai è invecchiata, almeno lei) e pretendere di fare una passeggiata a Fisherman’s Horizon, prendere un bus a Deling City o fare una partita a carte erano diventati bisogni futili, ripetitivi…ma ancora così disperati! Cercai un modo di avere FFVIII costantemente sotto mano, senza dover ogni volta tentare di mettere in piedi una partita e senza dover fare affidamento ancora su una lunghissima serie di salvataggi “strategici” che mi permettevano l’accesso alle parti più indimenticabili del gioco. La soluzione giunse in un lampo, quando nemmeno ci pensavo.

Il videoregistratore.

Si, era una pazzia. Eppure era consuetudine che registrassi programmi televisivi, stralci di cartoni animati, film, qualsiasi cosa di interessante. Ho lo scomodo animo del collezionista, ogni cosa che piace va posseduta e mantenuta vicina.

Una vhs vergine offriva massimo quattro ore di capienza, lasciando andare il nastro a velocità normale. In un gesto istintivo di noncuranza lo mandai a metà della velocità per disporre di otto ore garantite: riempii tre videocassette e tre ore sulla quarta, per un totale di ventisette ore circa. Cercai di tagliare gli scontri casuali tenendo in una mano il controller, nell’altra il telecomando del videoregistratore; in pratica feci il montatore in diretta. Il risultato non fu granché, ma all’epoca bastò e avanzò.

Avevo tutta la trama di FFVIII intrappolata in quattro videocassette. Meglio dei Ghostbusters. Sentivo un potere immenso fluire in me: avrei mantenuto una finestra costante sul mio mondo fantasy, con un dispendio minimo di fatica!

FFVII fu il secondo candidato, com’era logico.

Abbiate pazienza, è il mio personaggio di FFVII preferito.

Fu il primo titolo a godere della registrazione su supporti digitali tramite l’appena acquistato DvdRecorder. Inconsciamente, pensavo già a darmi alla produzione in serie. Resident Evil 2 seguì, montato con numerose licenze “artistiche” per dargli un tocco cinematografico personale.

Nell’estate 2008 pensai a YouTube. Che senso aveva, in fin dei conti, lasciare che fossi l’unico fruitore delle mie fatiche?

Senza l’apporto dei primi interessati avrei di certo smesso con quest’hobby scellerato: una volta completati e messi i cassaforte i miei titoli da podio avrei trovato qualcos’altro da fare, o avrei lasciato scorrere troppo tempo. YouTube mi diede le motivazioni per continuare e mi fece conoscere molte piacevoli persone, grazie ad alcune delle quali ora questo piccolo blog fa il suo debutto.

Trovo sia molto piacevole registrare e montare videogames; permette di erigere un ponte simile a quello che negli ultimi anni è andato formandosi, un tramite fra cinema e videogioco, un mezzo espressivo dalle nuove potenzialità. Non sono un grande giocatore, per quanto possa sembrare il contrario. Sono abbastanza lento e impedito. Eppure non posso fare a meno di amare l’essenza pura dei videogiochi, il regalo che le loro storie mi hanno fatto. Il canale, oggi, rappresenta i frutti di tale affetto. Non mi pentirò mai di avere iniziato, anzi, spero che gli impegni e le responsabilità possano sempre permettermi di ritagliare la fettina di spazio necessaria durante il mio tempo libero per proseguire. Molti altri giochi meritano di non essere dimenticati, i loro mondi e i loro personaggi hanno molto da offrire alle nostre menti e ai nostri cuori.

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